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CRITICA
Nella luce del tempo La consistenza e l’evanescenza, il piacere e il dolore, la sconfitta e l’accensione, la tensione, lo sfinimento, le dissolvenze, i sussulti, i ripiegamenti e l’incanto vibrano, lampi di equilibrio, nell’intimo sentire. La pittura di Amelia Ferrari si arpiona, così, agli occhi ed al cuore. Fionda sensazioni elitarie, rasserenamenti inquieti, tenerezze ardenti, smemoranti abbandoni, acquisizione del vero oltre l’opaco apparire. Un mondo di urgenze interiori, uno sciame di voci bisbiglianti, raccolte, balenanti di luci, snervate di ombre splendenti, carezzate, disperse, rianimate, reinverate, sono tanta parte della stupefacente resa pittorica della grande Amelia Ferrari. Il niente si fa tutto. Si disfa, scompare, ritorna ancora, baluginio, scintillio di luce e colore, giallo fulgente, riflessi d’oro, nastri di rosso e di nero, nitore, bagliore, splendore di sole e di cielo, lame ebbre di chiaro, intrico di limpido vero, di mesto apparire, di mistero affatturante. La grande Amelia Ferrari, dalla sorvegliata e rigorosa consapevolezza tecnica, va tanto oltre i rigidi moduli di tendenze e di scuole. Non riporta il dato oggettivo. Lo decontestualizza e destruttura. Lo scompone, lo ritempra e rinnova. Gli esiti fattuali, mai statici, pulsanti, energici, vibranti, rimandano a rammemorazioni, evocazioni, allusioni, alla esigenza di disvelare il vero apparente e attingere quello segreto, più vero, più puro che si salda con la stringente necessità di esplicitare stati d’animo, i raccordi, le discrasie con una realtà ora appagante e ristoratrice, più spesso insipiente, asfittica e bara. Ma la Ferrari non affida all’alido concettualismo la sua suggestiva comunicazione pittorica. Ne scansa le secche risucchianti, si libera di un abbraccio tentacolare, come di morte. L’arte non può essere militante, non può dipingere soltanto idee. Esse scaturiscono dalle cose, da quelle che per l’artista diventano meta e mezzo di accostamento e evasione, di fuga e raccoglimento, di palpito vivo, di tenerezza inquieta. Amelia Ferrari ne è consapevole. In un’apparente fissità, fa riemergere l’interna evidenza delle cose, le lievitanti consistenze, l’intimo messaggio, lo “slancio vitale”. Il segno e il colore, che si caricano di significazione, circoscrivono il bello, la sua vaghezza, il suo fascino eterno ed uguale, la mormorante sensuosità, l’inebriante divenire. E la luce buca e accende anche l’ombra, le figure immote, irrigidite, ma onde di luce e colore, creano atmosfere turgide e rarefatte, pencolanti fra la terra ed il cielo, sospensione di tensioni e passioni. L’emozione fluttua, ardente e silenziosa, lieve, fervente, eccitata, incantata. Alimenta echi, attese, ritorni. Ma l’ansia del bello cerca e trova conforto. L’armonia trascorre la forma e il colore. Le autoilluminazioni della Ferrari travestono e vivificano il dato reale, lo adagiano, tra energia e seduzione, purezza e lievitante distacco nel bello mai freddo ed inerte in un vertiginoso e inesondabile scenario che dilata le mordenti e placate emozioni. La Ferrari dipinge la vita. Ne fissa, sulla tela, tremori, stupori, sospiri, l’intima essenza della complessità umana. La stilizzazione asseconda l’empito creativo in una consapevolezza misurata che si scolla da risoluzioni tumultuose, corrosive e scomposte, e cerca e trova varchi nelle abbaglianti urgenze di equilibrio dei tempi del cuore. Luigi Crescibene (giornalista , scrittore e critico d'arte- Salerno) 30/06/2008
"Sono memorie. Angoli di amaro vissuto. Su di una tela che viaggia seguendo la scia del sogno. Si vestono come ombre. Fatte di estenuanti tormenti, attese gravose e sospensioni acerbe. Opere d’arte che non possono non essere il prodotto vivo dell’inconscio. Che incarnano le suggestioni di una miticità sfaldata, sconvolta, sgominata. Gravida di quella materia che, vittima consapevole di un’emozione pressante, viene decomposta e filtrata sotto luce nuova. Inquietante. Conturbante. E misteriosamente seducente. Non è il fuori che cerca, Amelia Ferrari. Ella non lo nega. Ma è ben capace di annullarlo. Poiché fra le pieghe e le piaghe di un volto senza nome, un dolore senza faccia, si avverte il respiro delle cose infinite".
Valentina Basile (studentessa - Sarno -SA- ) 31/08/2008
Nei lavori di Amelia Ferrari si coglie bene lo studio delle forme espressive dell’anatomia umana. Tanti corpi dalle forme contorte e accentuate, raffigurazioni sperimentali che fanno da soggetto a dipinti forti e carichi di pathos. A tratti sembra di scorgere frame di animazioni giapponesi e terribili incubi astutamente portati alla luce. Il tutto avviene in una sorta di auto-esorcismo che porta su tela il risultato di una geniale immaginazione. Jean Marc Mangiameli (Giornalista “Ok Arte” , Milano) 4/06/2008
28/05/2008 "Pensieri
liberi" (Sarno -SA- 7/02/2008)
La pergola Arte (Catalogo Artisti 2007)Firenze Giovane artista di coerente espressione pittorica.le sue opere hanno una magnifica pasta lavorata che abbina a soggetti particolari che esplicano l'essere più intimo della donna. Interessante la sua interpretazione che ci propone una visione tra il fantastico ed il reale. Donna di oggi, con tematiche di attuale concezione, per una rappresentazione disinibita delle luci e delle ombre della femminilità contemporanea. Michael Musone (critico d'arte, Firenze) gennaio 2008
"Gli antimodelli di Amelia Ferrari" Le dilatazioni formali - informali hanno cariche tonali, eleyson vocali, osanna di invadenze cromatiche. In un "diletto" del segno si trasale l'imperfezione dei corpi per prediligere la plasticità.Sono le attrazioni della senilità, quelle di Amelia Ferrari, nella danza delle ore:elementi, inclementi, tra rughe e seni cadenti, le trasformazioni sono "fascino".Ecco un capoverso di tulipano dentro un seno non più florido, pur sempre fiore da cogliere in un sentimento tutto cromatico, abbagliante, con ancora la sua attraenza.I modelli di Amelia sono gli "antimodelli", fattori esponenziali delle esperienze, riportate sulle tele. Giochi psichedelici scandiscono il segno, fusioni tra formale e informale, dilatazioni per generazione spontanea. "oh beata senectus qui fecit homus rectus!" E' un "intelligere" a tutto tondo dentro a campiture di colore. Il reticolo ci irretisce senza invadenza. Un'immersione piena ed esclusiva dentro formule di colore "germinale". Ancora una volta l'antimodello riesce ad essere "generante" e le idee si fondono e diffondono in dilatazioni caledoscopiche, aspersioni didascaliche, dov'è ancora il segno ad ad incidere passaggi, parole conianti e conii riverberati nelle immagini. Tutto si rifrange dagli elementi per l'effetto creativo che congiunge e coniuga, tra specchi di riflessi interiori, le scansioni di una vita. E' il metro ritmico dell'infinita poesia degli elementi, un piede che scandisce etamburella passi lunghi o brevi negli anni. Metafora sempre attuale dove gli antimodelli restano a stimolare, nelle pieghe delle rughe, come anse di fiume dove scorrono le nostre irripetibili esistenze di creature vere e non di artificiali "sex simbols". Sandra Lucarelli (critica d'arte, Pisa) 27/01/2008
Materia e dissolvimento delle proporzioni del reale per sondare l’estrema duttilità di forme anatomiche provenienti dall’inconscio bisogno di misurare il possibile. Forzature e linee di confine tra il reale e la sofferenza, rappresentate dalla Ferrari con spinte e forze esplosive. Colori caldi e rossi onnipresenti per un sanguigno temperamento alla ricerca dell’esito finale. Non il bello, ma il sondare oltre ogni forza naturale le possibilità della mente di rappresentare il dilatante corpo femminile. Incontri e fusioni, brandelli e moncherini di una figurazione che dalla figura ci riporta solo i palpiti, sentiti dall’artista nell’atto compositivo, ma quel corpo è il suo, reale e pieno di slanci. Giovanni Nappa (critico d'arte, Napoli) febbraio 2008
Le forme organiche, che si riferiscono alla natura e agli organi, assumono una sorprendente sensualità in quest'artista, mostrando come l'uso del colore sia in grado di suscitare le più svariate sensazioni. Imparare a lavorare con queste diverse connotazioni è il risultato di un processo di miglioramento costante, poichè la pittura, nel suo senso primario, può essere vista proprio come una costante sfida progettuale nei confronti della tecnica. Oscar D'ambrosio (critico d'arte, San Paolo, Brasile) febbraio 2008
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